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Aprile 20001.Radio Maria in Africa
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Le cronache internazionali parlano in questi giorni di incontri fra Europa ed Africa, incontri di grande importanza politica e commerciale. Non è quindi fuori luogo ricordare che da un decennio Radio Maria opera in Africa ove oggi è una realta viva in 7 nazioni: Burkina Faso, Malawi, Mozambico, Tanzania, Togo, Uganda e Zambia, mentre in altre tre, Nigeria, Sierra Leone e Guinea, si è in attesa dei permessi per iniziare le trasmissioni.
Lo scorso 28-29 novembre 1999 in Mangochi, Malawi, anche RM ha avuto il suo primo incontro africano. Vi hanno partecipato le quattro RM che operano nelle aree di lingua inglese, e cioè Malawi, Zambia, Tanzania ed Uganda. I volontari presenti, una sessantina, hanno discusso con passione problemi e progetti locali.
"In questo incontro - ha dichiarato Emmanuele Ferrario, il presidente della "Word Family of Radio Maria" - ho notato un grande senso di comunità, che è tipico della mentalità africana. Infatti, contrariamente a noi Europei, l’Africano non vive mai da solo, ma come membro di un gruppo di cui condivide la totalità degli orientamenti e da cui riceve l’energia necessaria per realizzare ogni nuovo progetto. Per gli Africani è facile accettare con gioia la presenza di Radio Maria, come espressione della grande famiglia di Dio, famiglia di cui la Madonna è la Madre amata".
Nel Malawi Radio Maria è molto vicino alla meta di diventare una radio nazionale. In Uganda invece, dove la Chiesa ha di recente criticato alcune posizioni del governo, viene ora negata l’autorizzazione ad espandere la stazione di Kampala. Anche gli sforzi per entrare nel Congo, nel Ruanda e nel Burundi continuano ad essere frustrati dalla situazione di guerra di quelle nazioni. Nel Mozambico, l’espansione di Radio Maria attende l’arrivo di sacerdoti indigeni, che parlino la lingua della gente. Radio Maria, per principio, sceglie di operare nelle zone più povere delle nazioni in cui si trova, il che significa che per avere successo, ha bisogno di collaboratori che capi-scono e sanno parlare alla povera gente.
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Quando venne scelto a fare la parte di Cristo nella Processione del Cristo Morto del Venerdì Santo, Gianfranco si sentì insolitamente preoccupato. Il ruolo gli piaceva, ma ce l’avrebbe fatta ad impersonare Cristo? Il bravo P. Guglielmo, che da anni organizzava quell’evento, capì a volo l’apprensione del suo giovane attore: "Andrà tutto bene. Intanto, preparati leggendo e rileggendo nei vangeli il racconto della Passione e ricordati che sarà il viaggio più lungo della tua vita".
Il percorso della processione non era lungo: si partiva dalla sala parrocchiale, si attraversava il parcheggio, per poi finire il tutto con la scena della Crocefissione che aveva luogo nel pre-sbiterio della chiesa. A passo normale quel percorso si poteva fare in meno di cinque minuti. La processione del Cristo morto, con tutte le varie stazioni durava invece più di un’ora. "Un’ora passerà presto", si disse Gianfranco.
Incominciò però a sentirsi subito a disagio, fin dalla scena dell’Ultima Cena. Eccolo seduto a mensa con i suoi discepoli, per quel banchetto pasquale che aveva tanto ardentemente bramato di mangiare con loro prima della Pasqua. Gli parve ad un tratto di essere senza difesa, lui, che sotto un certo aspetto avrebbe potuto difendersi. Per esempio avrebbe potuto dire a Giuda: "Vattene; non venire a questa cena. La tua vista mi affligge, non venire!." Ed invece Giuda c’era: "Quel che hai da fare, fallo subito!" Come se avesse un peso enorme da sollevare e fosse al limite delle forze: "Fallo subito...!".
Indi si alza da tavola ed inizia la lunga marcia verso il Calvario. "Magari tutto finisse presto!", si disse Gianfranco. Ed intanto cade nell’agonia mortale del Getsemani, poi si alza da terra con energia rinnovata: "Padre, sia fatta la tua volontà e non la mia!". Giuda lo bacia e, stazione dopo stazione, egli viene afferrato, accusato, flagellato, condannato. La parte di Pilato la faceva un maestro di cui Gianfranco era stato alunno pochi anni prima nel grado 8. Era un un uomo colto e gentile, e come tale non trascurò la cosa più importante: quella di lavarsi le mani. Intanto il popolo che aveva ricevuto solo benefici, ora gridava "Crocifisso". Gianfranco li conosceva uno ad uno, e ne rimase sgomento. Un senso di abbandono mai provato prima.
Quando venne innalzato sulla Croce, doveva gridare: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato", ma Gianfranco non ce la fece più. Le parole uscirono dalle sue labbra fioche, come un sospiro profondo. Guardò poi faticosamente la moltitudine di gente che premeva fin sotto l’altare e che ora gli parve ostile ed indifferente. "Padre, perdona loro che non sanno quello che fanno". Sarebbe svenuto senza la spugna con l’aceto.
"Ce l’abbiamo fatta in meno di un’ora", disse P. Guglielmo. La risposta di Gianfranco non lo stupì "Un’ora di miseria umana dura più di un’eternità."
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Quante cure per un bambino! Sarebbe colpa imperdonabile per una mamma ed un papà, se per una loro trascuratezza, il bambino contraesse un difetto fisico, tale da restarne minorato per tutta la vita.
Quanto abbandono invece per un giovane! Eppure è nella gioventù che si contraggono i difetti peggiori, non quelli fisici, ma quelli morali e spirituali.
Tra i dodici ed i venticinque anni i giovani contraggono nel loro organismo spirituale i difetti più gravi e meno sradicabili, e nessuno se ne accorge, nessuno se ne vuole accorgere.
Il giovane è quasi sempre solo. Solo con se stesso nella sua cameretta, solo con se stesso nelle brigate di amici, sempre solo anche nelle lunghe e tenebrose nottate bianche dei "ravings" ovattati di suoni e di droga.
Noi non ci dobbiamo illudere, come qualcuno sta suggerendo, che la soluzione consista nel creare per i giovani luoghi o occasioni di convegno non infestati dalla droga o dal crimine. Nel migliore dei casi riusciremmo solo a distrarli, e cioè ad alleviare momentaneamente la loro solitudine, ma non raggiungeremmo certamente il profondo del loro cuore.
I giovani cercano di dare un senso alla loro vita. Devono trovarsi un lavoro, un’occupazione che li aiuti a sognare per sè un futuro sicuro e brillante. Devono farsi una famiglia, che garantisca stabilmente il loro bisogno di amare, di donarsi e di essere amati.
Quale speranza di occupazione offre loro la nostra società? Quale sicurezza esperimentano affacciandosi alla vita adulta? Quale ideale di famiglia vedono promosso dai media nella società in cui vivono?
Non rispondo a queste domande. Fatelo voi e poi ditemi se il giovane d’oggi non ha ragione, non solo a sentirsi solo, ma anche ad essere profondamente triste.
Prima ancora di sedersi alla tavola della vita, vede calpestati attorno a sè tutti gli ideali più nobili e puri. Cinismo ed egoismo nel mondo del lavoro e della politica, cinismo ed egoismo nel mondo delle relazioni fra i membri della famiglia.
Questa giovane generazione che si stordisce nella droga e nel sesso e vaga nelle notti, senza scopo, da una discoteca all’altra, dove lo può trovare un modello da seguire che ispiri fiducia nel futuro e garantisca la gioia di vivere? Forse, nelle nostre famiglie?
Il giovane, vive nelle nostre case, ma è solo. Dovremmo dirgli: "La vita viene da Dio. Egli ti ha assegnato una missione da compiere. Non sei solo: Lui ti darà la forza di portarla a termine". Ed invece gli diciamo, coi fatti, se non a parole: "Non prendertela! Il mondo è tutto un arraffare. La bontà è un lusso. Perché te ne stai così pensieroso? Dimentica Dio. Buttati in acqua, lasciando sulla sponda ogni scrupolo; come ho fatto io e fan tutti". <<Back>>
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